Salta la fusione da 3,7 miliardi tra Getty Images e Shutterstock: il titolo Shutterstock crolla del 30%
Getty Images ha rescisso l'accordo dopo che l'antitrust britannico ha chiesto la cessione del business editoriale del rivale: una condizione respinta all'unanimità dal cda. A Wall Street Shutterstock affonda del 30%, mentre negli USA il via libera c'era già.
Foto: Dan Cristian Pădureț / Pexels
Una delle fusioni più attese nel mondo dei contenuti visivi è saltata. Getty Images ha comunicato martedì 1° luglio di aver deciso di rescindere l’accordo da 3,7 miliardi di dollari con Shutterstock: i due colossi delle immagini e dei video in licenza puntavano dal gennaio 2025 a unire le forze. La reazione dei mercati è stata immediata e asimmetrica: il titolo Shutterstock è affondato di circa il 30% nelle contrattazioni after-hours, mentre Getty Images ha addirittura chiuso in leggero rialzo (+1,1%).
Perché l’accordo è saltato
A far deragliare l’operazione non è stato il mercato, ma un regolatore. L’antitrust del Regno Unito — la Competition and Markets Authority (CMA) — aveva posto una condizione precisa per concedere il via libera: Getty avrebbe dovuto cedere il business editoriale di Shutterstock (i marchi Shutterstock Editorial, Backgrid e Splash). Secondo la CMA, la proprietà congiunta avrebbe «limitato le opzioni per i compratori media britannici e spinto al rialzo i prezzi». Il consiglio di amministrazione di Getty ha votato all’unanimità contro quella cessione, precisando di non essere «tenuto, secondo i termini dell’accordo, ad accettare la condizione della CMA», e ha fissato la rescissione entro il 6 luglio.
Gli Stati Uniti avevano detto sì, il Regno Unito no
Il paradosso è che sul piano regolatorio l’operazione non era bloccata ovunque. Il Dipartimento di Giustizia statunitense (DOJ) aveva concesso il via libera già ad aprile. È stata dunque la sola autorità britannica, con la richiesta di cessione, a rendere l’affare non più conveniente agli occhi di Getty. Un promemoria di quanto, nelle grandi fusioni transnazionali, basti il «no» di un singolo regolatore per far crollare un intero castello, anche quando gli altri hanno già approvato.
Perché Shutterstock crolla e Getty tiene
L’asimmetria della reazione ha una spiegazione da manuale. Nelle fusioni, l’azione della società-bersaglio — qui Shutterstock, che sarebbe stata incorporata — di norma incorpora il premio dell’operazione: gli investitori la comprano proprio scommettendo sulla chiusura del deal. Quando l’accordo salta, quel premio evapora in un istante: da qui il tonfo di circa il 30%. Getty, l’acquirente, si ritrova invece «liberata» da un impegno oneroso e contestato, e il titolo regge. È il rischio tipico delle strategie event-driven e dell’arbitraggio sulle fusioni: puntare sulla conclusione di un’operazione espone a perdite secche se il deal non va in porto.
Due giganti, di nuovo soli
Sullo sfondo c’è un intero settore — quello dei contenuti visivi in licenza — sotto pressione per l’avanzata dell’intelligenza artificiale generativa, capace di produrre immagini su richiesta in pochi secondi. L’unione avrebbe dato a Getty e Shutterstock più scala per affrontare questa sfida e difendere i margini. Il fallimento della fusione le lascia a competere separatamente, in un mercato in piena trasformazione.
Per chi investe, il caso Getty–Shutterstock è un ripasso di due lezioni sempre valide: il rischio regolatorio non si esaurisce con il via libera del regolatore «principale», e scommettere sulla chiusura di una fusione non è mai un pasto gratis.
FontiSECYahoo FinanceSEC
