Manpower vola del 32% in un giorno: il lavoro riparte (ma occhio alla trappola)
L'agenzia interinale che tutti conoscono è la stella di Wall Street: +32% in una seduta dopo il ritorno all'utile. Ma dietro il balzo c'è molto più dei conti. Cosa insegna a chi investe.
Foto: Edmond Dantès / Pexels
Il cartello «Manpower» lo hai visto mille volte, davanti a un ufficio di collocamento o in fondo a un annuncio di lavoro. Giovedì quel marchio grigio e ordinario è diventato la star di Wall Street: le azioni del colosso del lavoro interinale sono schizzate di oltre il 32% in una sola seduta, chiudendo intorno ai 51,7 dollari dopo aver toccato il massimo delle ultime 52 settimane. Per un’azienda che vende «somministrazione di personale», non tecnologia miracolosa, è un movimento che merita di essere spiegato.
I numeri, in effetti, sorprendono. Nel secondo trimestre ManpowerGroup ha incassato ricavi per circa 4,9 miliardi di dollari, in crescita del 7,5%, ed è tornata in utile con 53,5 milioni (1,13 dollari per azione) dopo la perdita di 67,1 milioni di un anno prima. L’utile rettificato, il dato più seguito dagli analisti, si è fermato a 99 centesimi contro i 95 attesi. E la guidance per il trimestre in corso, con un utile rettificato intorno a un dollaro ad azione, è arrivata sopra le previsioni.
Perché dovrebbe interessarti, anche se non hai ManpowerGroup in portafoglio? Perché le agenzie per il lavoro sono un termometro dell’economia: quando le imprese assumono — anche solo con contratti temporanei — significa che vedono domanda e futuro. Il ritorno all’utile e la crescita del marchio Manpower (+16%, ottavo trimestre consecutivo in aumento) vengono letti dal mercato come un segnale che il mercato del lavoro americano sta riprendendo fiato. È lo stesso indicatore che guardi, indirettamente, quando ti chiedi se è il momento buono per cambiare impiego o chiedere un aumento.
Attenzione però a scambiare l’entusiasmo con la solidità. Buona parte del balzo si spiega con un dettaglio tecnico: circa il 20% del flottante era venduto allo scoperto, cioè tanti investitori scommettevano sul ribasso. Quando i conti hanno battuto le attese, questi hanno dovuto ricomprare in fretta, alimentando uno «short squeeze» che ha amplificato la corsa. È la stessa dinamica di un altro balzo (al contrario) di cui abbiamo scritto: le fiammate improvvise premiano chi c’era prima, non chi insegue.
C’è poi la parte meno raccontata. Il ritorno all’utile è stato aiutato da una plusvalenza una tantum (la vendita del business Jefferson Wells negli USA) e da tagli ai costi, con un piano che punta a 200 milioni di risparmi entro il 2028. I margini restano sottilissimi e non a caso una banca come UBS, pur alzando il target, ha mantenuto un giudizio neutrale. Il titolo, intanto, era già raddoppiato dai minimi di giugno: chi compra oggi lo fa sui massimi. Non tutti i «battuti» reagiscono così: nella stessa settimana Johnson & Johnson ha superato le stime ma il titolo è sceso, a dimostrazione che il mercato premia le sorprese, non i buoni voti attesi.
Cosa guardare adesso: il vero test sarà il prossimo trimestre, quando si vedrà se la ripresa delle assunzioni è strutturale o solo un rimbalzo. Una seduta a +32% fa notizia; una tendenza di crescita, quella sì, cambierebbe la storia.
