Affirm, il “compra ora paga dopo” vola in Borsa: utile record, ma metà è un regalo del fisco
Il colosso del buy now pay later chiude l'anno con volumi e ricavi record e il titolo sale. Ma il profitto monstre nasconde una posta contabile che non si ripeterà: ecco cosa deve leggere davvero chi investe.
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Lo hai visto mille volte alla cassa online: “paga in 3 rate, senza interessi”. Dietro quel bottone, spesso, c’è Affirm, uno dei re americani del “compra ora, paga dopo”. Giovedì sera la società ha chiuso l’anno fiscale e il mercato ha festeggiato: il titolo è salito di circa il 9% nel dopo-mercato, prima di consolidare intorno al +5% nella seduta di venerdì. Il motivo apparente è un utile enorme. Ma è proprio quel numero a meritare una lettura attenta.
I dati di crescita sono solidi e reali. Nell’intero esercizio il volume di transazioni (GMV) ha toccato il record di 50,2 miliardi di dollari, in aumento del 37%, con ricavi a 4,26 miliardi (+32%). Nel solo quarto trimestre i ricavi sono saliti a 1,17 miliardi, sopra le attese. Gli utenti attivi sono cresciuti del 21% a 27,8 milioni e i commercianti convenzionati hanno superato i 571 mila. L’utile per azione, però, è schizzato a 4,62 dollari contro gli 0,85 attesi: un salto che, da solo, dovrebbe far drizzare le antenne.
Ecco il punto pro-utente: gran parte di quel profitto non arriva dal business. L’utile netto annuale di 1,93 miliardi include un beneficio fiscale una tantum da circa 1,5 miliardi — il rilascio di crediti d’imposta accumulati, una posta contabile che gonfia il risultato ma non entra in cassa e non si ripeterà. Tradotto: l’azienda è tornata davvero profittevole, ma il “numero da titolone” è largamente un regalo del fisco. Chi compra un’azione guardando solo l’EPS record rischia di pagare per un profitto che l’anno prossimo non ci sarà.
C’è poi il lato che riguarda le tue tasche, non solo il portafoglio titoli. Il boom del buy now pay later racconta di consumatori che spalmano sempre più spesa in rate. È lo stesso filo che lega i segnali “scomodi” arrivati dai consumi americani, dal successo dei discount al risparmio forzato: quando cresce chi paga a rate anche le scarpe o la spesa, spesso significa che i bilanci familiari sono tirati. Lo abbiamo visto con il boom dei negozi low cost come Dollar General, altra spia di portafogli sotto pressione.
La prudenza, qui, è d’obbligo. Il modello di Affirm è in fondo prestito al consumo: se l’economia rallenta e cresce chi non paga, i conti si complicano in fretta. Le insolvenze oltre i 30 giorni viaggiano intorno al 2,7-2,8%, sotto controllo ma da sorvegliare. A questo si aggiungono la concorrenza feroce (dalle carte alle app rivali), la possibile stretta dei regolatori sul settore e un titolo che, pur sugli scudi, resta ancora sotto i massimi di un anno fa.
Cosa guardare adesso: se i ricavi e i volumi continueranno a correre anche senza la spinta contabile del fisco, e soprattutto se le insolvenze resteranno basse. Perché per l’azienda il “paga dopo” è ricavo; per chi lo usa, resta debito. E il conto, prima o poi, arriva sempre.
FontiAffirm Holdings – Investor Relations (risultati trimestrali)SEC EDGAR – Affirm Holdings, filings FY2026
