Oracle vola sull’AI, ma Ellison stava per vendere 7,5 miliardi (poi il dietrofront)
Oracle batte le stime con un backlog AI monstre da 664 miliardi, ma il fondatore Larry Ellison predispone la vendita di 7,5 miliardi in azioni — salvo cancellarla il giorno dopo. Dietro i numeri record, debiti e cassa bruciata.
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Immagina di aver appena mostrato al mondo i tuoi numeri migliori di sempre e, il giorno dopo, di predisporre in silenzio la vendita di una montagna di azioni. È più o meno quello che è successo con Oracle: dopo una trimestrale da record sull’intelligenza artificiale, il fondatore Larry Ellison ha messo in piedi un piano per vendere fino a 7,5 miliardi di dollari di titoli — salvo poi fare marcia indietro e cancellarlo nel giro di un giorno.
Partiamo dai conti, perché sono impressionanti. Nel primo trimestre dell’anno fiscale 2027 il fatturato del cloud infrastrutturale è cresciuto del 121% a 7,4 miliardi di dollari, con ricavi totali su del 30%. Ma il numero che ha fatto impazzire Wall Street è un altro: il portafoglio ordini ancora da incassare (RPO) ha toccato 664 miliardi di dollari, oltre i 630 miliardi attesi dagli analisti e in crescita di più di 200 miliardi in un anno. In pratica, contratti AI già firmati ma non ancora fatturati.
E qui arriva la parte che interessa a te che investi. Quando i conti sono così brillanti, la logica dice che chi conosce l’azienda meglio di tutti dovrebbe tenersi stretto ogni titolo. Ellison, 82 anni, controlla oltre il 40% di Oracle e in tutto questo secolo non aveva mai venduto più di 25.000 azioni per volta. Vedere spuntare in un documento alla SEC un piano per cederne fino a 50 milioni è il tipo di segnale che un piccolo investitore dovrebbe imparare a notare: non un verdetto, ma un campanello che invita a guardare oltre i titoli entusiasti.
Cosa c’è oltre? Il conto della corsa all’AI. Per costruire data center Oracle ha speso 28,5 miliardi di capex nel solo trimestre e chiuso con un flusso di cassa libero negativo per circa 5,4 miliardi, con un debito a lungo termine sopra i 122 miliardi. È lo stesso meccanismo che abbiamo visto altrove: numeri di crescita spettacolari pagati con debito e cassa bruciata. Non a caso il titolo, nonostante il rimbalzo, nel 2026 perde ancora circa il 18%. Vale lo stesso invito alla prudenza già emerso con il rally di Dell sui server AI.
La difesa dell’azienda esiste, ed è seria: buona parte della spesa monstre è coperta in anticipo dai clienti, che prepagano i contratti o portano il proprio hardware. Oracle sostiene di poter reggere una domanda che «cresce più in fretta dell’offerta» senza raccogliere nuovo capitale, e a 19 volte gli utili attesi il titolo costa meno del suo passato recente. Ma la stessa dinamica — capex enorme oggi, incassi domani — è quella che alimenta la febbre sui chip e la memoria per l’AI, e che nessuno ha ancora testato su un ciclo intero.
Poi il dietrofront: sabato Oracle ha comunicato che Ellison ha cancellato il piano, senza aver venduto nemmeno un’azione, e che non ha altri programmi di vendita. Un finale rassicurante, ma che lascia una lezione utile per chi investe: dietro un backlog da 664 miliardi c’è anche un fiume di debiti, e persino chi ha costruito l’impero valuta di monetizzare quando la storia piace di più al mercato. La cosa da guardare ora non è più il numero del backlog, ma se e quando tutta quella cassa bruciata comincerà a trasformarsi in profitti veri.
