Amazon chiede 25 miliardi al mercato per l’AI: la corsa (a debito) di Big Tech e cosa significa per chi investe
Amazon torna sul mercato obbligazionario per raccogliere almeno 25 miliardi di dollari, destinati a data center e intelligenza artificiale. È l'ultimo capitolo di una corsa agli investimenti che vale centinaia di miliardi. Ma ripagherà? Cosa deve sapere chi investe.
Foto: panumas nikhomkhai / Pexels
Amazon torna a bussare al mercato obbligazionario, e lo fa in grande stile. Il colosso dell’e-commerce e del cloud ha lanciato un’emissione di bond per raccogliere almeno 25 miliardi di dollari. La destinazione? La stessa che sta guidando l’intero settore tecnologico: data center e intelligenza artificiale.
I numeri fanno impressione. Per il 2026 Amazon ha messo a budget circa 200 miliardi di dollari di investimenti, in netto aumento dai 131 miliardi del 2025. La maggior parte finirà in data center, chip e hardware per l’AI. Solo quest’anno l’azienda ha già raccolto decine di miliardi in obbligazioni tra Stati Uniti, Europa e Canada. L’amministratore delegato Andy Jassy ha difeso la strategia definendo l’intelligenza artificiale un’opportunità “irripetibile”.
Amazon non è sola. È l’intera “Big Tech” — da Microsoft ad Alphabet, da Meta a Nvidia — a essersi lanciata in una corsa senza precedenti agli investimenti sull’AI, sempre più spesso finanziata a debito. Secondo le stime, la spesa complessiva dei grandi gruppi cloud in infrastrutture per l’intelligenza artificiale potrebbe salire dai circa 650 miliardi di dollari del 2026 fino a 1.000 miliardi (un trilione) nel 2027.
Ed è qui che scatta la domanda che conta per chi investe: tutti questi miliardi ripagheranno? Non è un dettaglio da poco. Qualche segnale di prudenza inizia a emergere: se l’emissione precedente di Amazon era stata letteralmente presa d’assalto dagli investitori, questa volta l’entusiasmo è stato più contenuto. Sul mercato cresce l’interrogativo sui tempi di ritorno di spese così enormi — lo stesso dubbio che, nelle scorse settimane, ha alimentato la volatilità sui titoli dei semiconduttori.
Perché tutto questo interessa anche il piccolo investitore? Perché questi colossi pesano tantissimo negli indici e negli ETF più diffusi: chi possiede un fondo sul Nasdaq o sull’azionario globale è, di fatto, esposto in prima fila alla scommessa dell’AI. Se il piano funziona, la crescita degli utili può essere enorme; se i ritorni tardano, la delusione rischia di pesare sull’intero listino, non solo su un singolo titolo.
Le prossime trimestrali dei grandi gruppi tech — attese tra fine luglio e inizio agosto — saranno decisive: gli investitori vorranno capire se la spesa monstre sull’AI si sta già traducendo in ricavi concreti. Fino ad allora, il tema resterà al centro delle Borse. Non è una raccomandazione: è informazione verificata, utile a capire cosa muove davvero i mercati.
C’è anche una ragione competitiva dietro questa corsa. Nel cloud e nell’intelligenza artificiale, chi non investe rischia di restare indietro: la capacità di calcolo — i data center pieni di chip specializzati — è la “materia prima” con cui si addestrano e si fanno funzionare i modelli di AI. Amazon, con la sua divisione AWS, si contende la leadership del cloud con Microsoft e Google, e nessuno può permettersi di rallentare. Il risultato è un circolo che si autoalimenta: più domanda di AI, più data center, più capitale necessario — spesso reperito, appunto, a debito.
