Bertolli e Carapelli all’asta: l’olio vola in Borsa del 20% (ma non inseguirlo)
Guerra d'offerte sul più grande imbottigliatore d'olio d'oliva al mondo: il titolo Deoleo vola sui rumori. Cosa significa per i marchi che hai in cucina e perché per chi investe è più trappola che occasione.
Foto: Hyeok Jang / Pexels
Controlla la bottiglia che hai in cucina: se leggi Bertolli, Carapelli, Sasso o Carbonell, dietro quel marchio c’è Deoleo, il più grande imbottigliatore di olio d’oliva al mondo. E in questi giorni quel gruppo spagnolo è finito al centro di una vera guerra d’offerte, che ha spinto il titolo a Madrid su del 20% in una sola seduta, il miglior giorno da marzo 2022 e un nuovo massimo a 52 settimane. Per chi investe, però, la storia è più interessante come lezione che come occasione.
I numeri della contesa. La cooperativa agroalimentare spagnola Dcoop ha messo sul tavolo un’offerta intorno ai 470 milioni di euro (circa 545 milioni di dollari), prendendo la testa della corsa. Nelle ultime ore il gruppo italiano Coricelli ha però rilanciato fino a 500 milioni, riaprendo i giochi. In lista ci sono anche altri pretendenti italiani (Bonifiche Ferraresi e Newlat Food), la francese Lesieur e un operatore australiano. Tutto questo per una società che in Borsa capitalizza appena 160 milioni di euro.
Perché conta per te. Qui si decide chi controllerà marchi che finiscono ogni giorno nel carrello degli italiani, in una fase in cui l’olio d’oliva ha vissuto anni di rincari record legati a siccità, scarsità d’acqua e malattie delle piante. Il consolidamento del settore può cambiare listini, ricette e posizionamento sugli scaffali. Ma attenzione all’altro lato: il balzo del titolo è arrivato sui rumori di un accordo, non su risultati. È il classico caso in cui il mercato “compra sui rumori” e rischia di restare scottato “sulla notizia”.
C’è un dettaglio che il piccolo investitore deve conoscere: Deoleo è quasi tutta in mano a due soci. Il fondo CVC controlla circa il 51%, mentre i veicoli riconducibili ad Alchemy pesano per un altro 41% abbondante: insieme oltre il 92%. Il flottante reale è minuscolo, e proprio i due grandi azionisti hanno comunicato all’autorità di vigilanza spagnola di stare “analizzando alternative strategiche”, inclusa la cessione. È la stessa dinamica vista in altre operazioni straordinarie: quando un’azienda diventa preda, il prezzo incorpora in fretta l’attesa del deal, come nel caso dell’offerta su PayPal, dove il titolo già valeva più della cifra sul tavolo.
Serve prudenza, e i motivi sono concreti. Deoleo arriva da un passato pesante: nel 2020 ha ristrutturato oltre 575 milioni di debito, ed è tornata all’utile solo di recente (19,7 milioni netti nel 2025, con EBITDA a 50 milioni ma un fatturato in calo del 17,6% per il rientro dei prezzi). È un micro-cap illiquido, l’accordo non è chiuso e potrebbe saltare o cambiare struttura. Sul fronte antitrust, Dcoop opera già negli Stati Uniti con Pompeian e per passare potrebbe dover cedere proprio le attività americane di Bertolli e Carapelli. Inseguire un rimbalzo del 20% costruito su indiscrezioni, in un titolo così, è tra le mosse più rischiose.
Cosa guardare adesso: se l’asta si chiude davvero entro settembre, a quale cifra e con quale vincitore, perché sarà quello a stabilire chi guiderà il mercato mondiale dell’olio. Per chi non specula sul singolo titolo, il segnale utile è un altro: la partita sui marchi che usi ogni giorno ci dice molto su dove andranno prezzi e disponibilità dell’olio d’oliva nei prossimi anni.
