Bloom Energy, la scommessa sull’energia per l’AI crolla del 43% (domani il verdetto)
Il titolo che era decuplicato grazie ai contratti per alimentare i data center dell'intelligenza artificiale ha perso il 43% in un mese. Domani i conti trimestrali: gli operatori scommettono su uno scossone del 27%.
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Tutti hanno sentito dire che l’intelligenza artificiale ha una fame di elettricità senza precedenti. E quando parte una corsa così, il piccolo investitore viene tentato dall’idea più semplice: comprare chi «vende la corrente» ai data center. Bloom Energy, che costruisce celle a combustibile per generare energia sul posto, era diventata proprio quella scommessa. Peccato che negli ultimi trenta giorni il titolo abbia bruciato circa il 43% del suo valore, con un tonfo del 14,9% in una sola seduta venerdì scorso. Domani sera arriva la prova del nove: i conti del secondo trimestre.
I numeri raccontano una parabola vertiginosa. Nell’ultimo anno l’azione si è mossa in una forbice che va da circa 22 a oltre 351 dollari, per poi ripiegare intorno ai 185 dollari di venerdì. Sul fronte industriale la storia è solida: nel primo trimestre 2026 i ricavi sono saliti del 130% a 751 milioni di dollari, la società ha alzato la guidance annua a 3,4-3,8 miliardi e vanta un portafoglio ordini complessivo intorno ai 20 miliardi, di cui 14 legati a contratti di assistenza decennali. Ci sono accordi pesanti: fino a 2,8 gigawatt con Oracle, un patto da 2,6 miliardi con Nebius e un investimento da 1,7 miliardi promosso da IDF e Oaktree.
E allora perché conta per te? Perché è il classico caso in cui il prezzo aveva corso molto più in fretta dei fatti. Anche dopo il crollo, il mercato pagava l’azienda centinaia di volte gli utili: una valutazione che presuppone che tutto vada perfetto, per anni. Quando un titolo si moltiplica per dieci in dodici mesi cavalcando l’entusiasmo, basta una crepa nella narrazione per innescare il fuggi-fuggi. È la stessa aria che si respira in tutta Wall Street, dove la spia dell’euforia lampeggia da settimane.
La crepa, in questo caso, ha un nome. All’inizio di luglio la società di ricerca Hunterbrook ha pubblicato un report al vetriolo, sostenendo che Bloom dipenderebbe dallo scandio di provenienza cinese molto più di quanto ammetta — mentre un fondo collegato scommetteva al ribasso sul titolo. Bloom ha respinto le accuse definendole «false e fuorvianti» e ha ribadito l’integrità dei propri bilanci. Al di là di chi abbia ragione, l’episodio si inserisce nel nervosismo più ampio sulla spesa per l’AI, lo stesso che ha spinto persino un investitore contrarian come Michael Burry a accendere i riflettori sui giri di miliardi tra Nvidia e OpenAI.
Attenzione, però, a non buttare via tutto. Il portafoglio ordini è reale, i contratti pluriennali danno visibilità e la cassa è cresciuta. Il punto è un altro: trasformare gli accordi-annuncio in ricavi consegnati richiede fabbriche che raddoppino la capacità senza intoppi, e c’è ancora il nodo del consumo di liquidità. Per questo domani conta così tanto: gli operatori sulle opzioni stanno prezzando un movimento del titolo intorno al 27% subito dopo la pubblicazione, in un senso o nell’altro.
Cosa guardare, allora, quando usciranno i conti dopo la chiusura di domani: se i ricavi del secondo trimestre confermano il passo necessario a centrare la guidance (servono circa un miliardo a trimestre nella seconda metà dell’anno), se la generazione di cassa migliora e se il management chiarisce la faccenda delle forniture. La lezione per chi investe resta sempre la stessa: le storie più eccitanti sono anche quelle che oscillano di più, e inseguire un razzo dopo il decollo è il modo più rapido per farsi male.
