L’uomo che previde il 2008 scommette contro l’AI: 3.000 miliardi «nascosti»
Michael Burry, il «Big Short», accusa i giganti dell'AI di nascondere 3.000 miliardi di impegni fuori bilancio. La sua tesi, i numeri e perché riguarda i tuoi fondi (senza inseguire il panico).
Foto: Rafael Minguet Delgado / Pexels
C’è un investitore che a Wall Street fa venire i brividi ogni volta che apre bocca: Michael Burry, l’uomo che vide arrivare il crac dei mutui subprime nel 2008 e ci guadagnò una fortuna, raccontato nel film «La grande scommessa». Oggi il suo mirino è puntato sul cuore del rally che ha gonfiato i tuoi fondi: l’intelligenza artificiale. In una serie di post pubblicati sulla sua newsletter dal 19 settembre, Burry sostiene che i giganti della corsa all’AI abbiano accumulato circa 3.000 miliardi di dollari di impegni finanziari che non compaiono nei bilanci ufficiali.
I numeri, presi dai suoi calcoli e dalle note di bilancio, fanno impressione: quasi 1.200 miliardi di contratti di affitto non ancora avviati e oltre 1.500 miliardi di ordini per hardware AI, dai chip di memoria ai server. Nel mirino ci sono i cinque «hyperscaler»: Amazon, Meta, Alphabet, Microsoft e Oracle. Burry ricorda anche che l’investimento netto in capitale delle società dell’S&P 500 ha toccato il 2,07% del PIL americano, il livello più alto da quasi quarant’anni, superato solo dai mesi successivi al picco tecnologico del 2000. Lui, intanto, ha scommesso al ribasso su Nvidia, Palantir e Tesla.
Perché dovrebbe interessarti? Perché quegli impegni oggi restano nascosti nelle note a piè di pagina delle trimestrali, non tra i debiti in prima pagina. «Quando la musica finisce, questi impegni fuori bilancio diventano passività reali molto in fretta», ha scritto Burry. La sua accusa più tecnica riguarda l’ammortamento: allungando la «vita utile» stimata dei chip, le aziende spalmano i costi su più anni e mostrano utili più belli di quanto siano davvero. Un trucco contabile che, secondo un suo calcolo ripreso dalla CNBC, ridurrebbe l’ammortamento dichiarato di circa 176 miliardi tra il 2026 e il 2028, gonfiando i profitti di Oracle di circa il 27% e quelli di Meta di circa il 21% entro il 2028.
È lo stesso nervo scoperto di cui parliamo da settimane: valutazioni che scontano già anni di crescita perfetta. Lo abbiamo visto con AMD, entrata nel club dei mille miliardi pagando in anticipo il futuro, e con la corsa di Meta, capace di aggiungere 200 miliardi in un giorno su un’app. La tesi di Burry è che il mercato non stia modellando il rischio: se la spesa AI rallenta, data center specializzati e capacità inutilizzata diventano costi da svalutare.
Attenzione però a non trasformare un contrarian in un oracolo. Burry non ci prende sempre: le sue scommesse ribassiste sull’AI hanno avuto il mese peggiore ad agosto 2026, quando i titoli che shortava sono saliti quasi tutti. Un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno, e la sua tempistica con le opzioni è spesso questione di mesi. Anche Goldman Sachs, dati alla mano, ritiene improbabile che il boom degli investimenti AI si esaurisca prima del 2028, con la crescita del cloud ancora robusta a sostenere gli utili.
Morale per chi investe: non serve credere a un crollo imminente per fare i compiti. Vale la pena aprire le note delle trimestrali, guardare il flusso di cassa libero (che per diversi giganti sta diventando negativo) e capire quanto delle loro promesse è già dentro il prezzo. Il vero test, dice Burry, arriverà tra il 2028 e il 2029, quando gli ammortamenti dovranno finalmente presentare il conto.
