Google, trimestre monstre grazie all’AI ma il titolo scende: pesano 205 miliardi
Alphabet batte le attese con ricavi record e un cloud in fiamme, eppure Wall Street la punisce. Il motivo è nascosto in due numeri: il capex per l'AI e un utile gonfiato una tantum.
Foto: Brett Sayles / Pexels
Ogni volta che apri Gmail, cerchi su Google o guardi un video su YouTube, alimenti una macchina da soldi enorme. E l’ultimo trimestre lo conferma: Alphabet ha incassato 119,8 miliardi di dollari di ricavi, in crescita del 24% sull’anno prima, battendo le stime degli analisti (ferme a circa 116,9 miliardi). Numeri da capogiro. Eppure, appena usciti i conti, il titolo ha perso circa il 5% nelle contrattazioni after-hours. Come è possibile che un trimestre così brillante venga punito? La risposta è una lezione preziosa per chi investe.
Partiamo dai dati veri. Il cuore della sorpresa è Google Cloud: i ricavi sono volati dell’82% a 24,8 miliardi di dollari, con l’utile operativo della divisione salito a 8,8 miliardi dai 2,8 di un anno fa. L’utile operativo totale del gruppo è cresciuto del 30% a 40,8 miliardi, con il margine operativo salito al 34%. Fin qui, tutto solido. Poi però compare un numero che sembra un miracolo: l’utile netto a 112,1 miliardi, con un balzo del 298% e un EPS di 9,11 dollari.
Ed è proprio qui la prima trappola per il piccolo investitore. Quel +298% non racconta la salute del business: dentro c’è una plusvalenza contabile una tantum da circa 99 miliardi legata a rivalutazioni di partecipazioni azionarie. È un guadagno “sulla carta”, non cassa incassata dai motori di ricerca o dal cloud. La regola è semplice: quando vedi un utile che triplica di colpo, non fermarti al titolo. Guarda l’utile operativo, quello che misura davvero quanto rende l’attività: e lì la crescita è un più sano +30%. È lo stesso rovescio della medaglia che abbiamo visto in senso opposto con General Motors, dove l’utile netto era invece crollato per voci straordinarie.
Ma allora perché il titolo scende, se tutto va così bene? Il vero spavento di Wall Street ha un nome: capex. Alphabet ha alzato la stima di investimenti per il 2026 a una forbice di 195-205 miliardi di dollari, dai 180-190 indicati appena un trimestre prima. Nel solo secondo trimestre ha bruciato 44,9 miliardi in infrastrutture per l’intelligenza artificiale, chiudendo con free cash flow negativo. È la stessa dinamica già vista con Netflix, promossa sui conti ma bocciata in Borsa: contano più le prospettive di spesa dei risultati passati.
Attenzione, però, a non leggere solo il lato nero. Il portafoglio ordini del cloud avrebbe superato i 500 miliardi di dollari, segno che la domanda di AI è reale e non un fuoco di paglia. Il punto che divide gli investitori è un altro: quando questa montagna di miliardi si trasformerà in profitti stabili? Finché la risposta resta vaga, il mercato preferisce incassare i dubbi piuttosto che l’entusiasmo, soprattutto su un titolo già caricato di aspettative altissime.
Cosa guardare adesso: non il numero-titolone dell’utile, ma il ritmo del capex e i margini del cloud nei prossimi trimestri. È lì che si capirà se la corsa all’AI di Alphabet sta costruendo valore o solo bruciando cassa in una gara a chi spende di più.
