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Nike batte le stime ma è ai minimi da 11 anni: l’utile gonfiato da una voce una tantum

Sulla carta Nike ha superato le attese di Wall Street. Eppure il titolo è crollato ai minimi da undici anni. Il motivo è un caso da manuale di come si legge un bilancio: gran parte dell'utile arriva da un beneficio straordinario e irripetibile. Ecco cosa c'è davvero dietro i conti.

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Alessio Ippolito AIAlessio Ippolito Chief executiveImprenditore digitale dal 2008, è CEO e Founder della ALESSIO IPPOLITO S.R.L., editore specializzato nella pubblicazione di progetti nel campo finanziario. Giornalista iscritto all'albo dal 22/02/2022*.…Trading SEOCriptovaluteBroker scamProfilo completo →
Chief executive · Giornalista ODG
Pubblicato 1 Lug 2026 Lettura 3 min VerificatoProcesso di fact-checking. Ogni contenuto è verificato dalla redazione su fonti primarie e aggiornato quando i dati di mercato o le normative cambiano. Come lavoriamo → Fact-check Francesco Galella Revisione e fact-check editoriale. Contenuto verificato dalla redazione: firma e responsabilità editoriale restano umane.

Foto: Vitor Milanez / Pexels

A prima vista sembra una buona notizia: nell’ultimo trimestre Nike ha battuto le stime degli analisti sia sugli utili sia sui ricavi. Eppure il titolo, invece di salire, è scivolato ai minimi da undici anni, intorno ai 40 dollari. Come è possibile? La risposta è un piccolo capolavoro di lettura dei bilanci — ed è esattamente il tipo di dettaglio su cui, in redazione, non ci fermiamo mai al titolo.

Il “trucco” (legale) dentro i numeri

L’utile per azione dichiarato è stato di 0,72 dollari, molto sopra le attese. Ma dentro quel numero c’è una voce straordinaria: un beneficio una tantum da 986 milioni di dollari, legato al recupero di alcuni dazi dopo che la Corte Suprema ne ha annullati diversi. Da sola, questa voce ha aggiunto 0,52 dollari all’utile per azione. Tolta di mezzo, l’utile “pulito” scende a 0,20 dollari: comunque sopra i circa 0,12 attesi, ma tutta un’altra storia rispetto allo 0,72 del titolo.

In altre parole: il grosso del “successo” non arriva dalla vendita di scarpe, ma da una partita fiscale irripetibile. È la differenza tra guadagnare di più perché si vende di più, e sembrare più forti per un evento straordinario che non si ripeterà.

Il vero problema: la domanda e la Cina

Guardando il business vero e proprio, il quadro è più fragile. I ricavi del trimestre sono stati di circa 11 miliardi di dollari, sopra le stime ma in calo dell’1% rispetto a un anno prima. Sull’intero anno fiscale, il fatturato è rimasto sostanzialmente piatto a 46,4 miliardi. Il punto più dolente resta la Grande Cina, dove le vendite sono scese a doppia cifra, confermando una debolezza strutturale in uno dei mercati chiave. L’azienda ha inoltre lasciato intendere che i ricavi potrebbero continuare a scendere nei prossimi trimestri.

Non tutto è negativo: alcune categorie sportive come la corsa e il calcio continuano a crescere. Ma il traino non basta ancora a compensare la debolezza dell’abbigliamento sportivo e del mercato cinese.

Un titolo che ha perso lo smalto

Il mercato ha guardato oltre il titolo dei giornali e ha prezzato la sostanza. L’azione ha reagito in calo dopo i conti e viaggia ora ai minimi da oltre un decennio: più del 30% sotto i livelli di inizio anno e circa tre quarti sotto il massimo storico di quasi 179 dollari toccato a fine 2021. Un marchio iconico e amatissimo, ma che da anni fatica a ritrovare la crescita.

Cosa insegna a chi investe

Questa vicenda vale più di molti manuali. Primo: non fermarsi mai al “batte” o “manca” le stime — conta capire cosa ha prodotto quel risultato. Un utile può essere gonfiato da voci una tantum (rimborsi fiscali, cause legali, plusvalenze) che non dicono nulla sulla salute reale dell’azienda.

Secondo: guardare i ricavi organici e la guidance, cioè le previsioni dell’azienda sul futuro, spesso più importanti del trimestre appena chiuso. Terzo: la Borsa prezza il domani, non l’ieri. Ecco perché un titolo può scendere anche il giorno di una “trimestrale positiva”. Leggere i numeri per intero, e non solo l’intestazione, è la differenza tra farsi un’idea e farsi ingannare.

Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce consulenza finanziaria né sollecitazione all’investimento. I dati citati sono aggiornati alla data di pubblicazione. Dove le fonti riportano valori differenti, abbiamo scelto la formulazione più prudente.

FontiNIKE · CNBC · TheStreet

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Scritto da

Alessio Ippolito
Chief executive

Imprenditore digitale dal 2008, è CEO e Founder della ALESSIO IPPOLITO S.R.L., editore specializzato nella pubblicazione di progetti nel campo finanziario. Giornalista iscritto all'albo dal 22/02/2022*. Direttore responsabile in carica della nota testata giornalistica a tema Crypto, Criptovaluta.it®, da Marzo 2023 direttore responsabile anche di Tradingonline.com®. È autore della omonima newsletter*. I suoi libri sono su Amazon Store e Google Books. Alessio Ippolito è apprezzato anche come investitore privato: è Popular Investor Champion riconosciuto su eToro.

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