PayPal crolla del 15% a Wall Street: salta il maxi-buyout da 53 miliardi di Stripe
L'app dei pagamenti che milioni di italiani usano ogni giorno perde in un colpo il premio da acquisizione: il consorzio Advent-Stripe si ritira. Ecco cosa insegna a chi investe.
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Se paghi online, probabilmente hai un conto PayPal: è il portafoglio digitale che milioni di italiani usano per acquisti, abbonamenti e trasferimenti tra amici. Venerdì il titolo del gruppo ha subìto uno scossone che riguarda da vicino chi lo ha in portafoglio: PayPal ha perso fino al 15% a Wall Street dopo che il consorzio formato dal fondo di private equity Advent International e dalla società di pagamenti Stripe ha abbandonato la corsa per comprarla. Un affare che, se concluso, sarebbe stato tra i più grandi della storia dei pagamenti.
I numeri aiutano a capire la delusione del mercato. Il consorzio aveva messo sul piatto 60,50 dollari per azione, un’offerta che valutava PayPal circa 53 miliardi di dollari. Il consiglio di amministrazione l’aveva giudicata insufficiente, scommettendo che i pretendenti tornassero al tavolo con una cifra più alta. Non è andata così: il gruppo si è sfilato e il titolo, che negli ultimi mesi era salito quasi del 30% proprio sulle voci di scalata, è tornato bruscamente sotto il prezzo dell’offerta.
Qui c’è la lezione che conta per il piccolo investitore. Gran parte del rialzo estivo di PayPal non nasceva dai suoi conti, ma dall’attesa di un premio da acquisizione: chi compra pensa di rivendere al prezzo che l’acquirente pagherà. È un meccanismo fragile. Quando la trattativa salta, quel premio evapora in poche ore e a pagare il conto è chi è entrato inseguendo il rumor, comprando i massimi nella speranza dell’assegno che non arriva.
Non è un caso isolato. Pochi giorni fa avevamo raccontato un copione quasi identico con il crollo di Wendy’s dopo il naufragio del buyout: stesso entusiasmo sulle indiscrezioni, stessa doccia fredda quando l’operazione sfuma. È la conferma che «compra sui rumori, vendi sulla notizia» va maneggiato con prudenza: sui rumori di M&A si può restare col cerino in mano.
C’è poi il nodo dei fondamentali, che l’ipotesi di scalata aveva messo in ombra. PayPal non è più la stella della pandemia: con il ritorno agli acquisti nei negozi fisici la crescita è rallentata, e la concorrenza di Apple Pay e Google Pay, integrati direttamente negli smartphone, ne ha eroso il vantaggio. L’azienda ha risposto tagliando costi e personale e cambiando il management, ma ora il mercato torna a valutarla per quello che genera davvero, non per il prezzo che qualcuno era disposto a pagarla.
Cosa guardare adesso: senza il paracadute dell’offerta, il titolo si gioca tutto sui prossimi conti trimestrali e sulla capacità di difendere quote di mercato dai colossi tech. Per chi investe, la vicenda PayPal è un promemoria utile: una scommessa costruita su un’acquisizione attesa può rendere molto in fretta, ma può anche restituire tutto altrettanto in fretta quando la firma non arriva.
