Nvidia garantisce 250 miliardi a OpenAI: perché si preoccupa Michael Burry
Il colosso dei chip tratta per coprire fino a 250 miliardi di finanziamenti a OpenAI: così l'AI finanzia se stessa. Un déjà-vu che riguarda chi investe.
Foto: Brett Sayles / Pexels
Immaginate il commesso che, pur di vendervi il televisore, vi presta anche i soldi per comprarlo. È in sostanza ciò che Nvidia starebbe preparando con OpenAI: secondo un’indiscrezione del Wall Street Journal, il colosso dei chip è in trattativa per garantire fino a 250 miliardi di dollari di finanziamenti che serviranno alla società di ChatGPT per affittare enormi data center — cioè per pagare, in ultima analisi, anche i processori firmati Nvidia.
La notizia, rilanciata da Reuters e Bloomberg, parla di un progetto di data center dal valore complessivo vicino ai 500 miliardi di dollari, di cui Nvidia coprirebbe con le proprie garanzie circa la metà. Attenzione: per ora si tratta di trattative riferite da fonti, non di un accordo confermato dalle società. Ma l’ordine di grandezza — un quarto di trilione di dollari — dà la misura di quanto la corsa all’intelligenza artificiale si stia finanziando, sempre di più, da sola.
Ed è qui il punto che riguarda chi investe. Quando un fornitore mette i soldi perché il cliente possa comprare i suoi prodotti, i ricavi che ne derivano vanno letti con prudenza: parte di quel fatturato è, di fatto, denaro che l’azienda stessa ha messo sul tavolo. Gli anglosassoni la chiamano vendor financing, finanziamento del venditore, e non è una novità assoluta a Wall Street.
Il precedente più citato è la bolla delle telecomunicazioni di fine anni ’90: colossi come Lucent e Nortel prestavano miliardi ai clienti perché acquistassero i loro apparati, gonfiando i conti fino a quando la musica si è fermata, di colpo. Non è un destino segnato per l’AI, ma la dinamica assomiglia a quella che ha già innervosito i mercati: la settimana scorsa i giganti che spendono per l’intelligenza artificiale sono stati puniti, come abbiamo raccontato a proposito dei 205 miliardi di capex promessi da Alphabet.
Non a caso, tra i primi a mettere in guardia c’è stato Michael Burry, l’investitore reso celebre da “La grande scommessa” per aver anticipato la crisi dei mutui del 2008, che ha rilanciato l’allarme sul finanziamento “circolare” dell’AI. La lettura opposta, però, esiste: la domanda di potenza di calcolo è reale, Nvidia vende tutto ciò che produce e garantire i clienti può semplicemente accelerare investimenti comunque destinati a partire. Il rischio è che l’entusiasmo faccia perdere di vista la differenza — un tema su cui la spia “vendi” di Wall Street lampeggia già da settimane.
Cosa guardare adesso: questa settimana arrivano i conti di mezza Big Tech — Microsoft, Meta, Amazon e Apple — e la decisione della Fed. Il vero test sarà capire se il mercato continuerà a premiare chi fornisce l’AI e a punire chi la finanzia, oppure se inizierà a chiedere conto anche a Nvidia di quei 250 miliardi di garanzie. Per il piccolo investitore la regola resta la più antica: quando i soldi girano in cerchio, conviene guardare bene dove si ferma la musica.
