Lululemon crolla del 15% in Borsa: «batte» le stime ma taglia tutto (ecco il trucco)
Il marchio delle leggings più amate perde il 15% a Wall Street: l'utile supera le attese solo grazie a un rimborso sui dazi, mentre vendite e previsioni crollano. La lezione sulla qualità degli utili.
Foto: Jan van der Wolf / Pexels
Le leggings di Lululemon sono l’uniforme non ufficiale di palestre e uffici in mezzo mondo, un marchio che le clienti difendono come una religione. Eppure giovedì 3 settembre il titolo è crollato di circa il 15% a Wall Street, in una sola seduta, dopo una trimestrale che sulla carta aveva persino «battuto» le attese. È il classico caso in cui il numero grande in prima pagina racconta l’esatto contrario della realtà: e capire il perché vale più di mille consigli di trading.
I conti del secondo trimestre fiscale sono deludenti su ogni riga che conta davvero. I ricavi sono scesi a circa 2,4 miliardi di dollari, in calo del 4% sull’anno e sotto le stime, con le vendite comparabili giù del 9% a livello globale e addirittura del 12% nelle Americhe, il mercato più grande e redditizio. L’utile per azione, invece, è arrivato a 2,92 dollari contro attese di 1,82: un «beat» clamoroso. Peccato che sia gonfiato da un rimborso una tantum sui dazi da circa 135 milioni, che da solo vale quasi 0,86 dollari per azione.
Ecco la lezione pro-utente: un utile che batte le stime non è automaticamente un buon utile. Se togli la componente straordinaria, la sostanza è molto più magra e il business sottostante sta rallentando. È la stessa trappola contabile che avevamo raccontato con GameStop, dove il profitto arrivava da voci non operative: la prima domanda da farsi davanti a un «record» non è quanto, ma da dove arriva quel profitto.
Non a caso il mercato ha guardato altrove, cioè alle previsioni. Lululemon ha tagliato la guidance annuale per la seconda volta in pochi mesi: ora prevede ricavi 2026 tra 10,35 e 10,5 miliardi (fino al -7%) e utili per azione tra 9,48 e 9,73 dollari, contro gli oltre 10,95 promessi in precedenza. Per il trimestre in corso stima addirittura un calo del fatturato del 10-11%. La direzione ad interim ha citato «commenti negativi» sui social e una frenata delle categorie chiave, leggings in testa (-20%), mentre nuovi rivali dell’athleisure erodono quote proprio in casa. È lo stesso copione già visto con altre società che battono le stime ma vengono punite dal mercato: conta la traiettoria, non la foto di ieri.
Attenzione però a leggere tutto in negativo. Il marchio resta fortissimo fuori dai confini americani, con i ricavi internazionali ancora in crescita del 4%, e dopo il tonfo il titolo tratta a poco più di 10 volte gli utili attesi: sulla carta «a sconto». Ma un titolo a buon mercato con vendite in calo e margini sotto pressione è spesso una value trap, una trappola di valore: costa poco perché il business vale meno, non perché il mercato sbaglia. La cedola di sconto va guadagnata con una vera inversione, non solo con un multiplo basso.
Cosa guardare adesso: la nuova amministratrice delegata Heidi O’Neill si insedia l’8 settembre e il suo primo compito è fermare l’emorragia nelle Americhe e recuperare vendite a prezzo pieno. Per chi osserva il titolo, il punto non è se il marchio è ancora amato — lo è — ma se riesce a tradurre quell’affetto in conti che tornano a crescere.
