Oro ai minimi da sette mesi: pesano la Fed e la distensione tra USA e Iran
Il metallo prezioso scivola in area 4.000 dollari l'oncia e cede circa il 5% in una settimana, ai minimi da sette mesi. A frenarlo i segnali restrittivi della Federal Reserve e l'allentarsi delle tensioni in Medio Oriente. In calo anche il petrolio.
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Dopo mesi da protagonista, l’oro incassa una netta battuta d’arresto. Nell’ultima seduta il metallo prezioso è scivolato in area 4.000 dollari l’oncia, chiudendo la settimana con un calo di circa il 5% e toccando il livello più basso degli ultimi sette mesi. Un’inversione brusca per un bene rifugio che nell’ultimo anno aveva collezionato una serie di record.
Solo poche settimane fa l’oro veniva scambiato vicino ai massimi storici, sostenuto dall’incertezza geopolitica e dai consistenti acquisti delle banche centrali. Il dietrofront di questi giorni ricorda quanto il metallo resti sensibile, prima di ogni altra cosa, alle aspettative sui tassi d’interesse.
Perché l’oro perde quota
A pesare sono due forze che spingono nella stessa direzione. La prima è la Federal Reserve: i segnali restrittivi della banca centrale — tassi destinati a restare alti più a lungo per contenere l’inflazione — rendono meno attraente un asset come l’oro, che non paga interessi né cedole. Quando i rendimenti obbligazionari salgono, detenere oro diventa più “costoso” in termini di opportunità mancate.
Non aiuta il quadro dei prezzi: a maggio l’inflazione statunitense è risalita al 4,2% annuo, il livello più alto da oltre due anni. Un dato che restringe lo spazio per tagli dei tassi e spinge al rialzo i rendimenti reali, storicamente il principale avversario del metallo giallo.
La seconda forza è geopolitica: i progressi nei negoziati di pace tra Stati Uniti e Iran hanno allentato le tensioni in Medio Oriente, riducendo quella domanda di beni rifugio che nelle settimane precedenti aveva sostenuto le quotazioni.
Giù anche il petrolio
Lo stesso clima si riflette sul greggio, tornato sui livelli precedenti l’ultima fase di tensione. Il Brent ha ceduto oltre il 4%, chiudendo intorno a 73,7 dollari al barile, mentre il WTI statunitense ha perso quasi il 4% fermandosi vicino a 70,3 dollari. La distensione tra Washington e Teheran ha ridimensionato i timori di interruzioni nelle forniture, riportando i prezzi ai livelli pre-conflitto.
Cosa significa per i mercati
Il ribasso ha travolto anche i titoli minerari, scesi in scia al metallo. Sullo sfondo resta il ruolo del dollaro: una valuta americana più forte, alimentata da tassi elevati, rende l’oro più caro per chi compra in altre divise, aggiungendo ulteriore pressione.
Per gli investitori il messaggio è chiaro: in questa fase il fattore tassi pesa più del rischio geopolitico. Finché la Fed manterrà un tono restrittivo, l’oro potrebbe faticare a riprendere slancio; un eventuale ritorno delle tensioni internazionali, al contrario, rimetterebbe in primo piano la sua funzione di rifugio. Da seguire, nei prossimi giorni, le parole della Fed e l’evoluzione del quadro mediorientale.
Questo articolo ha finalità esclusivamente informative e non costituisce consulenza finanziaria. I mercati possono muoversi in entrambe le direzioni e le performance passate non sono indicative di quelle future.
FontiCNBC · Yahoo Finance · Trading Economics
