Burry avverte: 406 azioni su 503 dell’S&P 500 sono già in calo, cosa rischia il tuo ETF
Il 18 ottobre l'investitore de «La grande scommessa» ha pubblicato dati sull'ampiezza di Wall Street: l'indice fa record, ma la maggior parte dei titoli arretra. Perché conta per chi ha un PAC o un ETF sull'S&P 500.

Michael Burry torna a parlare, e non per rassicurare. Domenica 18 ottobre l’investitore reso celebre da «La grande scommessa» ha pubblicato un nuovo post sul suo Substack. Il tema è l’ampiezza del mercato americano, cioè quanti titoli partecipano davvero ai rialzi. Il verdetto: sempre meno.
Il numero che colpisce è uno. Secondo i suoi calcoli, 406 dei 503 componenti dell’S&P 500 sono oltre il 10% sotto i rispettivi massimi a dieci anni. Eppure l’indice ha chiuso a un nuovo record il 6 ottobre 2026. Pochi titoli grandi spingono, la maggioranza arretra.
Burry usa un’immagine forte: un supervulcano. In superficie tutto è calmo e i record si susseguono. Sotto, la pressione cresce. La stessa pressione, scrive, era presente sotto ciascuno dei dieci massimi di mercato degli ultimi quarant’anni.
Perché dovrebbe interessarti? Perché l’S&P 500 è tra gli indici più comprati dai risparmiatori italiani tramite ETF. È spesso il pezzo forte dei PAC e dei portafogli pensionistici. Se l’indice regge grazie a pochi nomi, la diversificazione che pensi di avere è più sottile del previsto.
I numeri di Burry sull’S&P 500 e il confronto con il 2000
L’indicatore che Burry usa si chiama Fresh Drawdown Ratio. È una misura proprietaria che conta quanti titoli stanno scivolando verso nuovi minimi. A ottobre 2026 è al 27%. Al picco della bolla internet, nel marzo 2000, aveva toccato il 53%.
Il secondo dato riguarda il titolo mediano, cioè quello a metà classifica tra i 503 dell’indice. Oggi è il 22% sotto il proprio massimo. Nel marzo 2000 era al 31%. Non siamo ai livelli di allora, ma la direzione è la stessa.
Un secondo articolo uscito lo stesso giorno aggiunge un dettaglio. Burry ha trovato un solo altro episodio negli ultimi 40 anni in cui l’S&P 500 toccava un record mentre la maggior parte dei suoi titoli era già in un mercato ribassista. Un precedente solo, e non rassicurante.
Qui arriva la parte che pesa. Nei casi simili del passato, il rendimento reale dell’S&P 500, cioè al netto dell’inflazione, è crollato. Meno 53% tra il 1966 e il 1982. Meno 58% tra il 1929 e il 1949. Circa meno 40% dal picco del 2000 al minimo del 2011.
La conclusione di Burry è netta: se dovessero arrivare 15-20 anni di rendimenti reali deboli, gli investitori dovrebbero saperlo fin da ora. Non parla di un crollo in una seduta. Parla di un lungo periodo in cui il mercato cresce meno dei prezzi, e quindi i tuoi soldi perdono potere d’acquisto.
Il meccanismo si vede già nei pesi dell’indice. Pochi colossi spingono tutto, come abbiamo raccontato quando Apple ha superato i 5.000 miliardi mentre gli altri titoli scendevano. Chi compra l’indice compra soprattutto quei nomi, che lo voglia o no.
Cosa rischia davvero chi ha un PAC sull’S&P 500
Chi versa ogni mese in un ETF sull’S&P 500 pensa di comprare «l’America». In pratica compra l’indice come è oggi: pochi titoli pesantissimi in alto, centinaia di aziende in ritirata sotto. Un record dell’indice non dice nulla sulla salute del resto della lista.
Il rischio che descrive Burry non è il crollo del lunedì mattina. È il decennio piatto. Un PAC che cresce in valore nominale ma non batte l’inflazione lascia, alla fine, meno potere d’acquisto di quanto il saldo suggerisca. Per un fondo pensione è il peggior scenario possibile.
Detto questo, serve la stessa freddezza che Burry chiede agli altri. Negli ultimi mesi ha lanciato avvertimenti simili più volte, evocando crash in stile 1987, 2000 e 2008. Non si sono ancora materializzati. Il suo storico di chiamate ribassiste è lungo e non sempre accurato.
Inoltre l’analisi poggia su un indicatore proprietario, non su un fatto di mercato compiuto. È un’opinione argomentata con numeri, non una notizia. E il confronto con il 2000 o il 1929 non implica lo stesso esito: tassi, contesto macro e utili societari oggi sono diversi.
Il punto utile per te è un altro. Prima di aggiungere soldi, guarda cosa c’è davvero dentro il tuo ETF e quanto pesano i primi dieci titoli. Chi vuole capire come si finanzia la corsa dei pochi che spingono l’indice può rileggere il caso del debito di CoreWeave.
Cosa guardare adesso. Mercoledì 21 ottobre arrivano gli utili di Tesla e Meta: diranno se i grandi nomi continuano a trainare da soli. Il 29 ottobre esce il dato PCE sull’inflazione USA, decisivo per capire se i rendimenti reali reggono. Se l’ampiezza si allarga, il supervulcano resta un’immagine; se si restringe ancora, Burry avrà un argomento in più. In entrambi i casi, muoversi di fretta su un indice da record raramente paga.
FontiYahoo Finance – Michael Burry Warns of a Stock Market 'Supervolcano'Yahoo Finance – Michael Burry Warns Stock Market Could Be Months Away From A 2000-Style Reckoning
