Google lancia Gemini 4 Argon, Alphabet +2%: ma i suoi stessi dipendenti non sono convinti
Google presenta Gemini 4 Argon e Alphabet sale in premarket. Ma il modello è in accesso ristretto, Jefferies segnala ritardi e Bloomberg racconta i dubbi interni: cosa cambia per chi ha il titolo o un ETF tech.

Google ha presentato ieri Gemini 4 Argon, il nuovo modello di punta della sua intelligenza artificiale. Oggi le azioni Alphabet, la casa madre, sono salite di circa il 2% nel premarket di Wall Street. Il mercato, come sempre con l’AI, ha votato prima di provare il prodotto.
Il punto è che il prodotto, per ora, non lo può provare quasi nessuno. Argon è disponibile solo ai partner fidati del «Fairwind Program», il programma di Google per la cybersicurezza. Niente rilascio pubblico, niente app da scaricare, niente verifica indipendente sul campo.
Eppure i numeri dichiarati sono di quelli che fanno rumore. Google sostiene che Argon ha raggiunto il 77,9% sul benchmark di coding DeepSWE v1.1, un record. Il coding è il terreno dove oggi si misurano i modelli di frontiera, perché è lì che girano i soldi delle aziende.
Ma dentro Mountain View l’aria è diversa. Secondo Bloomberg, che cita fonti interne, molti dipendenti di Google sono scettici sulle prestazioni reali del modello, proprio nel coding. Un dettaglio che il titolo in rialzo non racconta e che per chi investe pesa più del benchmark.
Perché i dipendenti di Google frenano sull’entusiasmo per Argon
Il contrasto è il cuore della storia. Da una parte un comunicato con un record. Dall’altra chi il modello lo usa ogni giorno e lo trova meno brillante di quanto dicono le slide. Non è una contestazione ufficiale: sono voci anonime, che Google potrebbe smentire.
Però il dubbio non arriva solo dall’interno. Gli analisti di Jefferies notano che Argon resta indietro rispetto ai concorrenti su FrontierSWE v2, un test di coding più impegnativo. Un record sul benchmark più facile, un ritardo su quello difficile: la fotografia è molto meno netta.
C’è poi un dato che spiega la strategia. Google ha fissato un prezzo introduttivo di 2 dollari per milione di token in input. In output, 10 dollari: meno dei rivali. I token sono le unità di testo che il modello legge e produce, in pratica il listino dell’AI.
Tradotto: Google non vende solo potenza, vende convenienza. È una mossa da chi vuole conquistare quote tra gli sviluppatori prima che il prodotto sia maturo, puntando sul prezzo. Legittimo, ma è una leva commerciale, non una prova di superiorità tecnica.
Il mercato, intanto, premia il titolo. Il +2% in premarket dice che gli investitori leggono il lancio come un passo avanti nella corsa con OpenAI e Anthropic. La notizia è rimbalzata anche sul Sole 24 Ore: la gara tra i colossi dell’AI interessa anche la finanza italiana.
La lezione che torna è la stessa degli ultimi mesi. I benchmark sono numeri scelti e pubblicati da chi vende il modello. Non sono dati di terzi, non sono un audit. Comprare il titolo sul benchmark è come comprare un’auto guardando solo il dépliant della casa.
Alphabet in portafoglio: cosa pesa davvero per chi ha un ETF tech
Alphabet è tra i primi titoli di quasi ogni ETF sul Nasdaq 100 o sull’S&P 500. Chi ha un fondo tech o un PAC su un indice globale ha Google in portafoglio senza averlo scelto. Un +2% sull’annuncio vale qualche decimale sul suo investimento.
Il rischio non è il +2% di oggi. È la narrativa che si costruisce attorno a questi lanci: ogni modello nuovo viene annunciato come svolta, il titolo corre, poi la realtà d’uso ridimensiona tutto. Lo schema si è già visto con altri lanci AI negli ultimi mesi.
Per il piccolo investitore la domanda utile non è «chi ha il benchmark più alto». È «chi incassa davvero». Argon, per ora, è in mano a pochi partner selezionati. I ricavi veri arriveranno quando sarà aperto a sviluppatori e consumatori, e nessuno sa quando.
Il prezzo aggressivo aggiunge un’altra incognita. Vendere token a meno dei rivali può portare volumi, ma comprime i margini. Chi guarda Alphabet come titolo da tenere a lungo dovrebbe chiedersi se la guerra dei prezzi nell’AI sia sostenibile per tutti i giocatori.
Lo scetticismo interno, infine, è un segnale raro. Di solito le voci critiche su un prodotto escono dopo, quando il mercato le ha già digerite. Qui arrivano insieme al lancio. Per chi ha il titolo vale la pena prenderle sul serio, non come semplice gossip.
Nelle prossime settimane vanno tenuti d’occhio due passaggi. Il primo è l’apertura di Argon a una platea più ampia, che permetterà test indipendenti. Il secondo è la risposta dei concorrenti sul prezzo. Se seguono Google al ribasso, cambia il conto per tutto il settore.
Fino ad allora il +2% resta una scommessa sul comunicato, non sul prodotto. Non a caso c’è chi a Wall Street scommette contro l’euforia dell’AI, puntando proprio sullo scarto tra annunci e realtà. Un titolo che sale sulle slide può scendere con la stessa velocità quando arrivano i test veri.
