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Tassazione Trading

Guida

In che cosa consiste la tassazione trading? Il trading online è un’attività svolta con l’obiettivo di generare profitti dai mercati finanziari. Come tutte le attività economiche e finanziarie svolte con fine di lucro, anche il trading è sottoposto a tassazione. In questa guida vogliamo spiegare chiaramente quali siano le imposte a cui sono soggetti i trader, a quanto ammonta l’imposizione fiscale e in che modo pagare le somme dovute.

Dopo aver chiarito il quadro normativo, forniremo dei consigli specifici per i trader che intendono abbassare la pressione fiscale. Non mancheremo, infine, di menzionare il modo in cui i broker gestiscono l’aspetto delle tasse e quali siano le migliori piattaforme di trading in questo senso.

Tassazione nel Trading: in che cosa consiste esattamente

La legge italiana prevede una tassazione del 26% sui profitti generati dalle attività di investimento. Questa regola si applica a tutte le plusvalenze generate da privati, non professionisti, attraverso qualunque strumento finanziario.

Il concetto di plusvalenza è molto lineare. In ogni investimento abbiamo del capitale iniziale, che cambia attraverso l’investimento stesso. La somma finale, cioè il montante, può essere più alta o più bassa del capitale iniziale:

  • Se è più alta abbiamo una plusvalenza;
  • Se è più bassa abbiamo una minusvalenza.

Facciamo un esempio pratico, supponendo di avere un capitale di partenza pari a 10.000€.

Dopo un anno il nostro montante è di 12.000€: in questo caso abbiamo registrato una plusvalenza pari a 2.000€. L’anno successivo, invece, da 12.000€ siamo tornati a 11.000€: questa volta ci troviamo di fronte a una minusvelenza di 1.000€.

Le risoluzioni della Consob, nel corso degli anni, hanno ribadito che l’attività di trading online è soggetta alla stessa tassazione di tutte le altre forme di investimento. La più celebre è la n.71/E del 2016.

In questa risoluzione si parlava esplicitamente di trading sul Forex, ma la sua validità si estende su tutte le categorie di asset che siano o non siano sotto forma di CFD.

Dal 2013, inoltre, in Italia si paga la Tobin Tax. Questa è stata introdotta con la legge n.228 del 24 dicembre 2012 e i commi di riferimento sono quelli dal 495 al 498. La Tobin Tax è un’imposta sulle operazioni finanziarie speculative che va pagata sull’intero importo degli investimenti, ma solo in alcuni casi che esamineremo in modo dettagliato nel paragrafo sul calcolo delle imposte.

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Testo integrale del comma 495 della legge di Stabilità 2013 con cui viene introdotta la Tobin Tax in Italia per la prima volta

Trading Online tasse: Come funzionano nel dettaglio

La tassazione nel trading online è un argomento che non si limita alla percentuale dei profitti che andrà versata sotto forma di imposta. Per cominciare, è necessario avere una prova concreta dei profitti o delle perdite generate con gli investimenti online durante l’anno fiscale. Esistono due soluzioni a questo problema:

  • Utilizzare un broker sostituto d’imposta (cd. regime amministrato) e delegare tutto quanto all’intermediario;
  • Utilizzare un broker che opera in regime dichiarativo e sbrigare in autonomia le pratiche fiscali.

Poche righe più avanti scoprirai esattamente come funzionano questi due modelli e quale sia più vantaggioso. Il secondo adempimento che ci spetta è quello di versare concretamente le imposte all’erario. Nuovamente, chi opera in regime amministrato lascerà che sia il suo broker a premurarsi di questo; chi opera in regime dichiarativo inserirà le voci sulle plusvalenze all’interno della propria dichiarazione dei redditi.

Andando più a fondo nell’argomento, è importante sapere che non si paga alcuna imposta sulle minusvalenze. Esattamente come avviene per un’impresa che può generare profitti o perdite, le imposte sono dovute solo sui profitti.

In ogni caso non è necessario avere alcuna partita IVA per le operazioni di trading. Anche chi sceglie di farne un lavoro a tempo pieno, in realtà, può continuare a operare come privato senza che il reddito prodotto dagli investimenti online rientri nel calcolo IRPEF.

Come calcolare le tasse nel trading online

Il calcolo delle tasse dovute si è fatto più complesso da quando è stata introdotta la Tobin Tax. Cominciamo dalla parte più semplice, cioè la tassazione al 26% sulle attività d’investimento che producono plusvalenze. In questo caso dovremo semplicemente sottrarre il capitale al montante per conoscere le plusvalenze o le minusvalenze prodotte:

  • Sulle minusvalenze non verseremo nulla;
  • Sulle plusvalenze andremo a pagare il 26% del loro valore.

Questa è la teoria, ma all’atto pratico il calcolo di plusvalenze e minusvalenze non spetta a noi. I broker che operano come sostituto d’imposta versano le tasse al posto nostro, mentre quelli che operano in regime dichiarativo il broker ci fornisce già il calcolo del profitto netto.

Il vero problema è calcolare la Tobin Tax, dal momento in cui questa ha aliquote molto diverse a seconda del tipo di asset su cui si investe e della somma investita.

La legge attualmente prevede che la Tobin Tax si applichi su:

  • Azioni italiane con capitalizzazione superiore ai 500 milioni di euro (0,10% giornaliero);
  • Strumenti derivati (CFD) su azioni e indici italiani (da 0,05€ a 200€)
  • Futures (fino a 10€).

Su tutti gli altri strumenti, dalle azioni estere al Forex passando per gli ETF, non va pagata nessuna Tobin Tax. Ai trader interessa sicuramente di più conoscere la tassazione sui CFD, dal momento in cui questi sono gli strumenti comunemente negoziati con le piattaforme di trading online.

Questa va per scaglioni, in base al valore nominale della posizione. Si va da 0,05€ per le posizioni con valore nominale inferiore a 2.500€ sui mercati regolamentati, fino a 200€ per le posizioni con valore nominale superiore a 1 milione di euro sui mercati non regolamentati.

Gli scaglioni sono comunque soggetti a cambiamenti annuali; nel 2020, ad esempio, fu proposto un aumento nella legge di bilancio poi eliminato all’ultimo minuto. Nel 2021 è probabile che la proposta venga rilanciata, con gli scaglioni spesso soggetti a dibattito politico.

Il valore nominale della posizione, invece, è il valore che si ottiene moltiplicando il valore del nostro strumento per la quantità in portafoglio; acquistando 1000 azioni di Salvatore Ferragamo a 13,50€ l’una, ad esempio, il valore nominale della posizione sarà di 13.500€.

In questo caso il nostro scaglione di riferimento, per le aliquote vigenti nel 2020, sarebbe quello tra 10.000€ e 100.000€. La tassa prevista, in questo caso, sarebbe di 2€.

Leggi anche: Cosa sono e come funzionano i CFD

Come si pagano le tasse trading sulle plusvalenze

Per il pagamento delle imposte sul trading va sempre utilizzato il modello F24, nelle voci specifiche che competono agli strumenti finanziari.

Il modello F24, per chi non fosse familiare con la fiscalità, è quello che oggi viene utilizzato da tutti i contribuenti per il versamento delle imposte. Lavoratori dipendenti, autonomi o imprenditori sono tutti tenuti a usare questo stesso modello.

All’interno di ogni F24 ci sono varie sezioni in cui annotare redditi, imposte, deduzioni e detrazioni. Ogni imposta è contrassegnata da un codice tributo per il suo versamento, cioè un numero che identifica quella specifica imposta.

Nello specifico, le perdite andranno annotate al rigo RT45. L’imposta sostitutiva al 26% sulle plusvalenze, invece, andrà annotata con il codice tributo 1100 che riguarda la cessione a titolo oneroso di partecipazioni non qualificate.

Per quanto riguarda la Tobin Tax, invece, i codici tributo sono diversi a seconda delle posizioni che hanno generato la tassa da versare:

  • Codice tributo 4058 per le azioni;
  • Codice tributo 4059 per i CFD;
  • Codice tributo 4060 per l’imposta sulle transazioni ad elevata frequenza.

Come sempre, comunque, chi non vuole sbagliare può farsi assistere da un commercialista per assicurarsi che ogni voce sia registrata nel modo corretto.

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Il modello F24 è diventato il documento di riferimento per tutti i tributi dovuti dai cittadini italiani ®TradingOnline.com 2020

Minusvalenze trading online: che faccio?

Come abbiamo già accennato, le minusvalenze non generano tributi da versare. Se abbiamo registrato delle operazioni in perdita, in fase di pagamento delle tasse queste possono tornarci utili. Non solo le operazioni chiude in perdita non generano imposte, ma possono essere portate in deduzione per pagare complessivamente meno tasse sulle operazioni di trading online.

Per alcuni anni ci sono state opinioni discordanti tra commercialisti, fiscalisti ed esperti contabili. Oggi, però, possiamo contare su una risoluzione della Consob del 2016 che riporta altrettanto il parere dell’Agenzia delle Entrate.

La legge stabilisce che le perdite sugli investimenti possono essere portate in deduzione sui redditi della medesima natura. In parole più semplici, investimenti profittevoli e investimenti in perdita si bilanciano tra loro.

Supponiamo, ad esempio, di aver generato profitti per 20.000€ dalla nostra attività di investimenti online. Nello stesso periodo d’imposta, le operazioni in perdita hanno totalizzato 4.000€. In questo caso andremo a pagare le imposte sulla differenza, ovvero 16.000€, sempre utilizzando l’aliquota sostitutiva del 26%.

Ma cosa succede se un anno abbiamo registrato più perdite che profitti? In questo caso, non avendo profitti su cui applicare la detrazione, staremmo perdendo il diritto alla nostra agevolazione.

Fortunatamente per i trader, le normative prevedono che il credito d’imposta sia valido per i 4 anni successivi. Questo significa che le perdite del 2018 possono compensare i profitti del 2018, 2019, 2020, 2021 e 2022.

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Per operare nel pieno rispetto delle normative fiscali è sempre essenziale scegliere un broker regolamentato in Europa e autorizzato da Consob a offrire i suoi servizi in Italia.

I quattro broker, nonchè le relative piattaforme trading a loro collegate, sono consigliati e continuamente testati dalla nostra redazione: si tratta di broker regolarmente autorizzati e certificati. Li consigliamo, tra le altre top caratteristiche, per via della modalità con cui gestiscono l’aspetto della tassazione. Tutti e quattro i broker operano in regime dichiarativo e forniscono a tutti i trader un rendiconto dettagliato della loro attività sulla piattaforma, attraverso la quale è molto semplice sapere esattamente quali sono le imposte da dichiarare.

Sia plusvalenze e minusvalenze che le operazioni soggette a Tobin Tax sono debitamente segnalate per aiutare i clienti in fase di dichiarazione dei redditi.

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E’ meglio scegliere un broker sostituito d’imposta?

Nel mondo degli investimenti online, le due principali modalità di gestione delle imposte sono il regime dichiarativo e quello amministrato (o “sostituto d’imposta“). Abbiamo già accennato a questa differenza, ma è importante capirla meglio in modo da fare la scelta del broker più conveniente possibile.

Il regime dichiarativo prevede che il trader riceva un rendiconto completo delle sue operazioni, delle plusvalenze, minusvalenze e della Tobin Tax dovuta. Di fatto rimane il trader il responsabile del versamento delle imposte dovute, in quanto il broker si limita a rendicontare le sue operazioni. Sarà quindi necessario, come abbiamo già illustrato, compilare a dovere il modello F24.

Senza dubbio potrebbe sembrare una scelta penalizzante rispetto ai broker che operano come sostituto d’imposta, i quali versano direttamente all’erario i tributi dovuti dai loro clienti senza che questi debbano occuparsi di nulla. Tuttavia, per quanto la comodità sia sempre benvenuta, la maggior parte dei trader di professione continua a preferire il regime dichiarativo per via di alcuni vantaggi importanti e unici di questo sistema.

Il regime dichiarativo, infatti, permette di ottenere il massimo della flessibilità in termini di pagamento delle imposte:

  • Dal momento in cui la dichiarazione dei redditi di un certo anno (es. 2020) va presentata l’anno successivo (es. 2021), questo significa che la liquidità rimane sull’account di trading più a lungo e può essere reinvestita prima di pagare le imposte;
  • Il regime dichiarativo permette di bilanciare le minusvalenze con le plusvalenze e di compensare i tributi dovuti con tutte le altre deduzioni e detrazioni ammissibili.

Questa possibilità permette, a chi è un bravo fiscalista o chi si fa assistere da un professionista competente, di minimizzare le imposte dovute e di massimizzare il tempo di permanenza della liquidità sul conto.

La nostra opinione nel merito

La nostra redazione si associa all’opinione comune dei trader di professione, secondo cui il regime dichiarativo è sempre più conveniente. Non solo per l’elasticità che consente di ottenere, ma anche per una questione di scelta dei broker.

Attualmente la legge prevede che soltanto i broker con cui si ha un rapporto stabile, di custodia e conservazione dei titoli, possano operare come sostituti d’imposta. Questo significa che è strettamente necessario avere un portafoglio titoli custodito in modo continuativo dal broker stesso.

Oltre a ciò, la tassazione è immediata alla chiusura dell’operazione anziché avvenire una volta l’anno in sede di dichiarazione dei redditi. Questo significa perdere subito il 26% dei propri profitti anziché depositarli sul proprio conto di trading e reinvestirli prima di versarli all’erario.

Non solo, ma la gestione del regime amministrato richiede costi piuttosto alti per i broker; questi costi vengono inevitabilmente scaricati sui clienti, che si trovano così a pagare commissioni di trading più alte e costi di gestione del conto.

La scelta di operare in autonomia è sempre utile, specialmente quando si vuole fare del trading un’attività periodica e regolare, così come quando si vuole difendere il più possibile il proprio patrimonio dalla pressione fiscale.

Tra l’altro i broker hanno ormai abbandonato, in gran parte, la possibilità di operare come sostituti d’imposta. Le piattaforme che ancora offrono questo servizio, se analizzate con occhio critico, non sono competitive rispetto a quelle di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente.

Tasse 26% nel trading applicate dai broker? ATTENZIONE ALLE TRUFFE!

La nostra redazione, come sempre, è in prima linea nella difesa e nella tutela degli investitori anche laddove non arrivano le istituzioni che sarebbero chiamate a farlo.

Monitorando da vicino il mondo delle truffe nel trading online, abbiamo scoperto una prassi sviluppata dai broker illegittimi che operano senza autorizzazione Consob con l’obiettivo di sottrarre denaro illegalmente ai propri clienti.

Questi broker, una volta ottenuto il deposito del loro cliente, attendono fingendo di investire il denaro per suo conto. Dopo alcuni mesi, poi, si mettono in contatto con il cliente dicendo che il suo capitale di partenza è aumentato a dismisura.

Per poter ottenere il prelievo del proprio denaro, tuttavia, il cliente deve accettare di versare un’imposta del 26% sui profitti generati. Imposta che, ovviamente, il finto broker chiede di versare nelle sue casse.

Quando si chiede al broker per quale motivo non possa versare le imposte usando direttamente il denaro ottenuto con gli investimenti, viene inventata qualche scusa circa iter burocratici e passaggi legali.

Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, questa non è assolutamente la prassi da seguire quando si versano le imposte sui proventi ottenuti con il trading. Parliamo dunque di una truffa nella truffa, in cui gli investitori vengono guidati dalla loro avidità e muovono il loro denaro verso un conto corrente da cui non vedranno mai arrivare nessun bonifico.

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I broker non regolamentati spesso raggirano i propri clienti con finte argomentazioni sulle imposte ®TradingOnline.com 2020

Oltre ad aver perso il deposito iniziale, chi si affida a broker non seri e non regolamentati rischia di rimetterci il proprio capitale in decine di altri modi. Questi truffatori sono diventati abili maestri delle tecniche per raggirare i loro malcapitati clienti, sfruttando persino l’argomento della tassazione.

Se ti trovi in una situazione di questo genere, ti consigliamo di inviare subito un esposto alla Consob per segnalare la situazione. Inoltre ti consigliamo di lasciare un commento sotto all’articolo raccontando la tua esperienza, in modo che altre persone possano farne tesoro.

Tasse nel trading: commetto un reato se non le pago?

Non pagare le imposte dovute sulle operazioni di trading online equivale a commettere evasione fiscale. Non sempre si tratta di un reato: ricordiamo, infatti, che per reato si intende soltanto un gesto condannabile penalmente. Tuttavia è sempre un comportamento contro la legge che viene quantomeno punito con sanzioni monetarie.

La tassazione sugli investimenti, ai fini di legge, si considera un’imposta sostitutiva sul reddito. Questo è un dettaglio molto importante, perché tutta la categoria delle imposte sul reddito rientra nella fattispecie dei reati.

Questo significa che è effettivamente possibile andare in carcere per le imposte evase nel trading online, ma solo nel caso in cui l’imposta omessa sia di 50.000€ o più.

Qualora la somma evasa fosse inferiore alle soglie punibili penalmente, comunque, si rischiano sanzioni pecuniarie molto salate. A seconda dell’importo e del ritardo nel versamento dell’imposta, la sanzione può arrivare addirittura al 500% della tassa evasa.

Consideriamo anche che i broker sono delle realtà strettamente monitorate da Consob, che operano tramite strumenti di pagamento elettronici e rendicontano tutte le operazioni dei loro clienti in modo automatico.

In un contesto di questo genere, pensare che l’evasione fiscale non venga notata sarebbe piuttosto ingenuo. Ecco perché l’argomento delle imposte nel trading non va mai preso sotto gamba e non si dovrebbe mai nemmeno considerare l’idea di evadere le imposte.

Diversi sono i metodi per pagare meno tasse sugli investimenti, o non pagarle affatto, che però sono totalmente legittimi e trasparenti. Di questi parleremo meglio nei prossimi paragrafi.

Come non pagare le tasse nel trading

Esistono metodi legali e metodi illegali per non pagare le tasse nel trading online. Qui li riassumiamo a puro scopo informativo, ma scoraggiamo fortemente chiunque a violare le disposizioni di legge.

Per contro, chi si occupa di trading a livello professionale e ottiene guadagni rilevanti dalla sua attività potrebbe essere incuriosito dalla possibilità di non pagare legalmente le tasse.

Il primo modo illegittimo, ovviamente, è quello di evadere il fisco scegliendo di non dichiarare i propri guadagni. Per quanto sia quello più banale e sia anche quello con cui è meno probabile avere successo, tutto sommato ha anche le ripercussioni più lievi.

Il secondo modo è scegliere di operare con un broker non regolamentato, eseguendo tutti i depositi e i prelievi attraverso criptovalute e rendendo anonima la connessione attraverso un servizio di VPN.

Anche se teoricamente questa soluzione renderebbe impossibile tracciare le tasse evase, prevede di operare con piattaforme su cui non si ha nessuna tutela. In questi casi è molto più facile perdere il 100% del denaro per via di una truffa da parte del broker che riuscire effettivamente a risparmiare il 26% di imposte sui profitti.

Piuttosto sarebbe opportuno trasferirsi in una nazione dove i profitti generati con le operazioni di Borsa non sono tassati, oppure dove vige un regime di tassazione territoriale che permette di non pagare le tasse sui proventi generati con strumenti finanziari quotati all’estero. Ai fini fiscali, per pagare le tasse in un altro paese, è semplicemente necessario diventare residenti. Di norma una persona è fiscalmente residente nella nazione dove trascorre almeno 183 giorni all’anno.

I cittadini europei hanno la possibilità, in particolare, di trasferirsi a Cipro per approfittare di questo regime. Cipro è una nazione in cui il reddito prodotto con gli investimenti non genera nessuna imposizione fiscale, oltre a essere un posto accogliente con un clima Mediterraneo e un costo della vita contenuto.

Altre nazioni come l’Irlanda o Hong Kong sembrano convenienti sulla carta ma non lo sono nel concreto, perché i residenti non pagano le tasse solo sulle operazioni di Borsa con durata superiore a 6 mesi; raramente i trader mantengono le loro posizioni aperte così a lungo.

Un’altra scelta possibile è Montecarlo, con esenzione totale delle tasse sugli investimenti, ma chiaramente è una scelta riservata ai trader più abbienti.

Come pagare meno tasse nel trading (in modo LEGALE)

Abbassare l’imposizione fiscale è spesso più semplice che eliminarla del tutto, essendoci dei modi per farlo sia rimanendo in Italia che trasferendosi all’estero. Le due strategie sono molto diverse tra loro, quindi è bene spiegarle separatamente.

Rimanendo in Italia

Rimanendo in Italia è possibile diminuire la pressione fiscale facendo buon uso del regime dichiarativo, che ci permette di bilanciare i profitti del trading con varie detrazioni e deduzioni.

Per cominciare, è molto importante registrare e rendicontare tutte le perdite in modo da poterle subito escludere dal computo dei profitti. Le minusvalenze sono tutte deduzioni ammissibili e perfettamente legali.

Se abbiamo altri investimenti al di fuori del trading online, ad esempio un portafoglio titoli costruito per gli investimenti di lungo termine, possiamo ulteriormente bilanciare le perdite di questo portafoglio con i profitti realizzati nel trading.

Per pagare meno tasse possiamo anche evitare la Tobin Tax, semplicemente scegliendo di non investire sulle azioni italiane delle aziende più capitalizzate e sugli indici di azioni italiane.

Considerando che tutti gli altri strumenti, dalle aziende americane al Forex, non prevedono il pagamento della Tobin Tax, è spesso più conveniente schivare i titoli su cui è dovuta l’imposta.

Andando all’estero

Sono tante le nazioni che prevedono condizioni migliori di quelle italiane per quanto concerne la tassazione degli investimenti, anche quelli speculativi.

Come dicevamo prima, chi è cittadino europeo è libero di risiedere in una qualunque delle nazioni UE senza bisogno di pratiche per ottenere particolari visti. Questo agevola il trasferimento verso posti dove la tassazione è minore:

  • Cipro: 0%
  • Belgio: 0%
  • Grecia: 15%
  • Ungheria: 15%

Mentre al di fuori dell’UE abbiamo diverse nazioni con imposizione fiscale pari a zero su tutte le plusvalenze:

  • Svizzera
  • Singapore
  • Isole Cayman
  • Malesia
  • Nuova Zelanda
  • Belize
  • Hong Kong

Si va da posti vicini a posti lontani, da grandi centri urbani a isole tropicali. La scelta di risiedere all’estero per portare avanti le attività di trading è tutt’altro che anomala. In realtà è prassi che i lavoratori digitali, potendo essere indipendenti da una location fissa, si trasferiscano dove i loro affari possono prosperare.

Possono esserci anche vantaggi collaterali legati all’orario di apertura dei mercati. Ad esempio, il Belize è indicativamente sullo stesso fuso orario degli Stati Uniti e questo agevola le sedute di negoziazione sul mercato americano.

Considerazioni finali

La tassazione italiana sulle operazioni di trading online è in linea con quella prevista dalla maggior parte dei paesi europei, specie se la si confronta con le altre economie più grandi.

L’importante è assicurarsi di rendere sostenibile la propria attività di trading, contemplando in questo anche il rispetto delle normative fiscali. Per questo è sempre consigliabile operare con broker regolamentati in Europa e operanti in regime dichiarativo.

Non ottemperare agli obblighi di legge è una pessima idea, specie perché nel trading online tutti i pagamenti sono elettronici e facilmente rintracciabili.

Chi opera a livelli alti e fa del trading online una professione a tutti gli effetti, invece, potrebbe trarre beneficio dal trasferimento della propria residenza all’estero in modo da abbassare o addirittura eliminare la pressione fiscale sul reddito ottenuto con il trading.

FAQ Tasse nel Trading: domande frequenti

Quali imposte si pagano in Italia nel trading online?

Le imposte di riferimento sono due: la tassa sostitutiva al 26% sulle plusvalenze, che sostituisce l’IRPEF per i redditi prodotti dalle attività d’investimento, e la Tobin Tax.

Si paga la Tobin Tax nel trading online?

, la legge prevede il pagamento di questa imposta con parametri specifici che dipendono dalla dimensione dell’investimento.

Su cosa si paga la Tobin Tax nel trading?

Il tributo è dovuto sulle operazioni che riguardano azioni italiane con una capitalizzazione superiore a 500 milioni di euro e indici composti da titoli italiani. Anche i CFD sono soggetti alla stessa imposta se il loro sottostante è un titolo su cui è dovuta la Tobin Tax.

Come faccio a pagare meno tasse nel trading online?

Il metodo più diretto e totalmente legale è quello di trasferirsi all’estero, stabilendo la propria residenza in un paese che prevede una pressione fiscale minore sul reddito prodotto con gli investimenti.

Cosa succede se non pago le tasse nel trading online?

Non pagare le tasse sulle operazioni di trading online costituisce a tutti gli effetti evasione fiscale, un comportamento che può essere sanzionato con pesanti sanzioni pecuniarie o addirittura costituire reato.

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