Aziende Taiwan aiutano Cina a aggirare sanzioni sui chip

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Written by Gianluca Grossi
Attivo come analista economico dal 2009, collaboro con TradingOnline.com dove fornisco approfondimenti sul Forex, sulla macroeconomia e sul mercato azionario, prestando particolare attenzione alle economie in ascesa quali quelle di Turchia, Brasile, Indonesia e Cina. Ricopro inoltre il ruolo di caporedattore per il rinomato giornale online Criptovaluta.it, una risorsa chiave per chi è interessato al settore delle criptovalute e del Bitcoin. Il mio interesse si estende al mercato degli ETF, soprattutto quelli negoziati a New York, mantenendo sempre un'attenta osservazione sulle dinamiche di mercato.
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Secondo quanto riportato da Bloomberg, diverse società taiwanesi di un certo rilievo starebbero aiutando i produttori cinesi di microchip a costruire nuovi impianti produttivi, offrendo know-how che è fondamentale per Pechino per tentare di colmare il gap che lo separa dai chip ai quali ormai non ha più accesso. L’editoriale accorato – a firma della redazione – racconta di una situazione dove gli interessi economici dei soggetti direttamente coinvolti avrebbero superato certi contrasti politici, rendendo inutili certe guerre commerciali.

Esagerazioni in un periodo di news relativamente blande dal Lontano Oriente o effettivo contrasto tra i desiderata della politica e quelli delle società direttamente coinvolte nel mercimonio denunciato da Bloomberg? Si tratterebbe tra le altre cose di una situazione che va avanti da tempo e che così sta continuando sotto gli occhi di tutti e senza che ci siano interventi da parte di non meglio precisati responsabili.

Scattano le indagini

Shenzhen: arrivano le società di Taiwan

Dall’introduzione offerta dal pur popolare giornale di approfondimento economico, si potrebbe temere per il peggio: l’aiuto per le società cinesi che producono microchip sarebbe arrivato proprio da Taiwan, anche se per vie private. Tuttavia però, la situazione sembrerebbe essere nel complesso meno grave di quanto potrebbe apparirlo di primo acchito.

A contribuire infatti allo sviluppo di nuovi impianti produttivi e nuovi progetti ci sarebbero Topco Scientific, centrale nella supply chain di quanto serve per produrre, una sussidiaria di L&K Engineering e anche specialisti delle costruzioni di United Integrated Services.

A queste vanno aggiunti i contratti siglati da Cica-Huntek per la produzione di stabilimenti chimici richiesti ai produttori di chip – contratti che avrebbero come controparte Shenzhen Pensun e Pengxinwei IC Manucfacturing, entrambe società che sono incluse nella blacklist degli Stati Uniti e che dunque dovrebbero almeno sulla carta avere enormi difficoltà di approvvigionamenti anche per i semilavorati necessari per la produzione di chip.

Difficoltà che ora sembrerebbero essere state aggirate dall’intervento diretto di società di Taiwan in possesso tanto delle tecnologie produttive, quanto del know-how per dare concretamente una mano a quello che – sempre sulla carta – dovrebbe essere una sorta di embargo. Embargo che è centrale nel complesso di politiche di contenimento della Cina organizzate e imposte da Washington.

Shenzhen cosa succede
Shenzhen al centro della diatriba

Amicizie insolite?

I giornalisti statunitensi, non senza toni piccati dovuti all’aggiramento delle misure di contenimento imposte dal governo di Washington – si chiedono come sia possibile che società al vertice dell’economia di Taiwan stiano collaborando con società in blacklist, rendendo così inutili o quasi blacklist e altri provvedimenti presi a Washington. Risposta che per i più cinici arriverà dall’analisi dei contratti – ricchi – di collaborazione e per i meno cinici rimarrà un mistero da spiegare nel più breve tempo possibile.

In realtà si sospettava già da tempo – e vi erano anche prove a disposizione di tutti – che la Cina non avesse fatto da sola negli ultimi sforzi che hanno portato alla presentazione di chip su dispositivi Huawei che la Repubblica Popolare, con le sue attuali capacità produttive e know-how, non avrebbe potuto produrre.

Ci sono dubbi però sulle violazioni delle sanzioni

Per ora c’è la massima incertezza sul rilievo del comportamento delle società sopracitate, in termini di violazione di quanto è stato imposto tramite sanzioni e blacklist. Serviranno, dicono gli specialisti, maggiori dettagli sulla natura della collaborazione e anche delle forniture, dato che dalle indagini giornalistiche per ora non emergono dettagli significativi.

Per le società coinvolte si sta però avvicinando un’indagine da parte del competente ministero per l’economia, che indagherà a fondo – questo ha affermato il ministro Wang Mei-hua, sul comportamento tenuto dalle aziende e sulla natura della collaborazione con Huawei. La guerra tiepida dei chip è soltanto all’inizio e, con ogni probabilità – ci saranno altri colpi di scena nelle prossime settimane.

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