Azioni green: è crisi da inizio 2023. Spira il vento del protezionismo

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Written by Alessio Ippolito
Attivo nel settore del digitale dal 2008, ricopro il ruolo di CEO e fondatore di ALESSIO IPPOLITO S.R.L. Editore, un'entità che possiede una rete di oltre 70 siti internet, concentrata sul mondo degli investimenti finanziari. Registrato presso l'Ordine dei Giornalisti di Roma dal 22/02/2022. Attualmente, sono il direttore responsabile della rinomata pubblicazione sulle criptovalute, Criptovaluta.it. A marzo 2023, ho assunto inoltre la direzione di TradingOnline.com, espandendo ulteriormente il mio impegno nel giornalismo finanziario.
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Attivo come analista economico dal 2009, collaboro con TradingOnline.com dove fornisco approfondimenti sul Forex, sulla macroeconomia e sul mercato azionario, prestando particolare attenzione alle economie in ascesa quali quelle di Turchia, Brasile, Indonesia e Cina. Ricopro inoltre il ruolo di caporedattore per il rinomato giornale online Criptovaluta.it, una risorsa chiave per chi è interessato al settore delle criptovalute e del Bitcoin. Il mio interesse si estende al mercato degli ETF, soprattutto quelli negoziati a New York, mantenendo sempre un'attenta osservazione sulle dinamiche di mercato.
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Le azioni del settore green e rinnovabili hanno pagato il prezzo più alto di questa recente stagione di tassi alti, da parte delle principali banche centrali. Gli indici che includono azioni del comparto – il più importante è l’S&P Global Clean Energy Index – sono in caduta libera e hanno perso il 20% nel giro di poche settimane. Un numero importante a fronte di una performance generale dei mercati azionari in crescita da inizio anno e anche a fronte di una ottima performance delle società che trattano petroliferi e energie non rinnovabili.

È finita la magia, che dipendeva dai tassi, oppure sono gli investimenti ESG & simili tirano meno in un possibile cambio repentino di sentiment anche politico? Il calo è diffuso tanto in Europa quanto negli USA e trovare una ragione univoca – anche per valutare eventuali rimbalzi – non è semplice.

Le cause della crisi del settore sono diverse

Le azioni del settore rinnovabili ancora indietro

Un mix di decisioni politiche, di tassi elevati da parte delle banche centrali e di disinteresse delle masse che si è verificato non appena la crisi ha cominciato a mordere, almeno a certe latitudini. È questo il mix quasi mortale che ha colpito le azioni del settore rinnovabili, che perdono nel complesso oltre il 20% da inizio anno, rispetto a un mercato azionario che invece continua a essere piuttosto forte, nonostante le preoccupazioni che affliggono gli investitori.

Il calo è così importante da aver fatto gridare all’allarme anche chi negli anni è stato il maggior cronista e il maggior promotore di certi investimenti, come appunto Financial Times. Investimenti che sono sembrati sempre una buona occasione data anche la spinta che proveniva dalla politica.

A pagare il prezzo più alto sono il solare e i gruppi che commercializzano turbine per l’eolico, con alcune società del comparto che lamentano come concausa del periodo grigio per il settore anche l’aumento enorme dei costi di produzione, sia sul fronte energetico, sia invece in termini di materie prime e semi-lavorati. Questione che però non può essere risolutiva: i rincari, forti, hanno colpito quasi indistintamente tutti i settori e non nello specifico quelli che si occupano di rinnovabili.

Il terrore che alberga negli investitori è che la politica sia molto meno portata, da qui in avanti, anche a sostenere certi investimenti tramite incentivi. Investimenti che – per i privati e in proprio – si fanno più difficoltosi anche per gli aumentati tassi di interesse.

Eolico anno
Eolico tra i peggiori da inizio anno

Possibilità di rimbalzo?

Difficile valutare un momento ideale di rientro su certe posizioni. La value chain del settore sta affrontando difficoltà sotto ogni fronte, difficoltà che in larga parte non sembra possano essere risolte sul breve periodo, e che in larga parte non dipendono dal settore stesso.

La questione è anche di grande interesse politico, con la Germania che ha già richiesto a gran voce il ban delle produzioni cinesi o un regime di dazi che possa rendere di nuovo competitive le società europee.

Al problema generale per il settore si sommano dunque anche questioni geopolitiche, che potrebbero sì favorire l’andamento di certe società almeno in Europa, ma a patto che si trovi una concordia politica che per il momento sembra essere inimmaginabile in quel di Bruxelles.

Questo a fronte di conti delle società cinesi che sono comunque in forte perdita e che fanno pensare – sic stantibus rebus – a una difficoltà più generale per il settore, che difficilmente sarà superata con piani di incentivi congrui e consistenti.

Il tunnel all’interno del quale si trova l’intero comparto sembra essere lungo, con outlook negativo e con la proverbiale luce che dovrebbe attendere alla fine dello stesso che ancora non si può intravedere, passino o meno manovre protezioniste da parte dell’UE.

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